Gli Etruschi tra Campania e Pompei

Gli Etruschi tra Campania e Pompei

Una nuova mostra nella Palestra Grande in collaborazione con Electa e il MANN.

È tempo di grandi mostre al Parco Archeologico di Pompei. Dopo l’Egitto e la Grecia arrivano gli Etruschi, componente importante nella formazione identitaria di Pompei e di tutta la Campania.

L’esposizione nella Palestra Grande della città vesuviana, in programma dal 12 dicembre 2018 al 2 maggio 2019, curata dal Direttore generale Massimo Osanna e da Stéphane Verger, Directeur d’etudes à l’Ecole Pratique des Hautes Etudes di Parigi, si integra nell’ambito con le manifestazioni promosse dal Museo Archeologico di Napoli dedicate alla riscoperta della civiltà Etrusca attraverso il gusto antiquario e collezionistico che prenderanno il via a partire dal 31 maggio 2019.

Tredici le sezioni per un totale di circa 800 reperti provenienti da musei italiani ed europei raccontano delle prime influenze etrusche in Campania, del percorso di formazione della Pompei del VI secolo a.C., città fortemente etruschizzata in una regione fluida e multietnica, fino al declino e alla scomparsa delle memorie etrusche seppur con qualche sorpresa “antiquaria” che arriva fino al I secolo.

Le dinamiche mediterranee tra VIII e fino alla metà del V secolo a.C. hanno indubbiamente lasciato traccia nel sud Italia, e la Campania, grazie all’importante ruolo di scalo commerciale, si inserisce pienamente in questa connettività di genti, di materiali e di pensieri che circolano.

Pompei, dal momento della sua fondazione, siamo nel VI secolo a.C., si nutre di realtà poliedriche e ci lascia, seppur in forme ridotte, tracce della sua formazione etrusca. Grande risalto all’interno del percorso espositivo hanno i reperti venuti alla luce da Fondo Iozzino, santuario extraurbano della città, che ci ha lasciato importanti testimonianze di un culto multietnico di epoca arcaica con armi e servizi per le libagioni rituali e con iscrizioni in lingua etrusca. Questi materiali trovano felici riscontri con altri reperti che provengono dai centri etruschi di Pontecagnano e Capua, dove sono noti luoghi di culto importanti e con caratteristiche simili a quelle di Fondo Iozzino.

La mostra vuole essere così un percorso di ricerca che parte dall’idea di un territorio non isolato ma ricco di scambi e dunque aperto alla contaminazione, allo “straniero” che diventa vicino, al cambiamento e al mescolamento di usi, costumi e di lingua.

La Campania diventa uno dei nodi della connettività mediterranea, dove l’incontro trasforma la cultura, la materia e la scrittura. Greci, Italici, Etruschi, Oschi che non scrivono più solo nella loro lingua ma mescolano tra di loro le forme variegate del sapere.

 

Pompei si inserisce sin dalle origini in questo clima, anche se l’archeologia non ci permette di indagare gli strati più antichi della sua formazione, ricoperti e in gran parte distrutti dalla città sannita dei secoli III e II secondo a.C. Gli studiosi oggi ritengono che quella prima città, il cui nome non ci è noto, sia stata fondata nel 600 a.C. da alcuni Etruschi giunti dall’Etruria interna. Ma gli Etruschi arrivarono in Campania già 300 anni prima, durante l’epoca villanoviana e fondarano due importanti città nelle zone agricole più ricche: Capua nella pianura campana e Pontecagnano nella piana del Sele.

La Campania, all’epoca, era occupata da Italici che coabitavano con i nuovi arrivati senza formare comunità omogenee e coltivavano terre intorno al Vesuvio e nelle prime alture dell’entroterra. Alla fine dell’VIII secolo a.C. quindi, diverse comunità occupavano il territorio campano da nord a sud parlando ciascuno una moltitudine di lingue suddivise in tre grandi gruppi: lingua italica, l’osco e due lingue “straniere”: greco ed etrusco.

Divergenze che inevitabilmente portarono conflitti armati provocati dalla rivalità per il possesso della terra e il controllo delle rotte marittime. VII e VI secolo a.C. vedono le aristocrazie locali subire profondamente le influenze esterne tanto che parlare in maniera netta di Greci, Italici ed Etruschi è sbagliato e bisogna ragionare in termini che vedono le èlite, in tempi di pace, scambiare con benevolenza usi e costumi.

A tal proposito la tomba di Artiaco 104 di Cuma, in cui vi era incinerato un membro di una grande famiglia aristocratica, può essere portata come esempio di connettività ampia: i resti furono deposti in un calderone in argento, come quelli degli eroi dell’Iliade di Omero, un principe che mangiava e beveva come un greco, portava abiti ed armi etrusche e si comportava come un re orientale.

La Campania diventa tappa sulle rotte del Mediterraneo arcaico grazie anche alla crescente domanda di vino, olio e prodotti di lusso e diversi sono gli insediamenti che si sviluppano lungo i nuovi itinerari marittimi. Solo tra fine VI – inizio V secolo a.C. e poi con la battaglia di Cuma del 474 a.C. questo clima di grande apertura vide una brusca interruzione. La battaglia navale segnò la fine del controllo etrusco sui commerci nel Tirreno e fu l’inizio della grande crisi che colpì il mondo etrusco.

A partire dal V secolo, una nuova componente etnica fece il suo ingresso nella scena campana. Si trattava di gruppi tribali del Sannio che si stabilirono nella piana del Sele contribuendo alla formazione di una nuova componente culturale, politica e militare mista composta da genti italiche, Lucani, Sanniti e Campani. Dalla fine del V secolo a.C., nuovi abitanti popolarono le città campane e la lingua osca man mano soppiantò greco ed etrusco.

Pompei cambia volto, l’eredità etrusca scomparve rapidamente e solo un fioco ricordo dello splendore che fu si conserva in qualche cimelio di qualche antica famiglia aristocratica. Nell’ultima sala che chiude la mostra, unvaso di bronzo proveniente dalla prime collezioni del Museo Archeologico di Napoli racconta una storia lunga. Una situla realizzata ad Orvieto nel VI o V secolo a.C. che si arricchisce nel I secolo di piedi leonini alati e attacchi di anse ornate da fauni. L’oggetto doveva essere visibile in qualche casa pompeiana o ercolanese nel momento dell’eruzione del 79 d.C. come vecchia memoria.

 

fonte: ecampania.it

 



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